lundi 9 mai 2011

Bye bye critica dell’interesse…


Sulla miopia della dottrina della libera moneta


La folle strada della nostra “Civilizzazione”, incorniciata dalla distruzione dell’ambiente e dalle catastrofi sociali, è per molte persone motivo sufficiente per indagare a fondo sul loro proprio modo di vivere. Molti non si accontentano di affidarsi ad appelli politici, ora che diventano molto chiare le limitate possibilità della democrazia quando richiede la sicurezza di posti di lavoro, sempre meno disponibili, attraverso una rinnovata crescita economica. E troppo dolorosa è la consapevolezza che non possiamo più sfuggire alla legge della concorrenza e alla sofferenza per il freddo sociale. Che possibilità ci sono, dunque, per dar vita tutti insieme a qualcosa di interamente nuovo? Che cosa possiamo fare adesso di concretamente altro?

La pseudo-critica al capitalismo di Silvio Gesell

Ultimamente ha assunto una certa popolarità una particolare risposta a questa domanda: il modello di organizzazione sociale del circolo dello scambio sembra possa mostrare una via d’uscita dai problemi della distruzione dell’ambiente e dai problemi sociali. In quelle regioni del mondo che hanno già fatto esperienza del crollo dell’economia capitalistica formale sono talvolta nati come ancora di salvezza, dal mero bisogno e senza teoria, i circoli dello scambio. Il breve boom dei circoli dello scambio argentini ne è l’esempio paradigmatico. Diversamente, i circoli dello scambio, qui da noi, nella misura in cui essi non vengano praticati come mero hobby senza ulteriori motivazioni, sono concepiti come il modello per un’altra economia. In essi la dottrina della libera moneta di Silvio Gesell ha trovato il suo sedimento pratico. Essa cerca comunque anche di approdare nei dibattiti teoretici. Nell’ambito della critica alla globalizzazione, o nei resti del movimento ecologista, in ogni caso dove gli uomini cominciano a porre in questione in modo approfondito la società della merce – senza tuttavia portarla (ancora) fino in fondo – là la critica dell’interesse formulata da Silvio Gesell trova dei sostenitori. Fra i critici dell’interesse c’è senz’altro chi, di quando in quando, lo fa con intenti radicalmente emancipatori. Tuttavia questa critica rappresenta, nel migliore dei casi, solo un primo passo sulla via, spesso lunga, verso uno sguardo sul modo di funzionamento della società che si basa sulla merce, cioè sul capitalismo. Per lo più i sostenitori della critica dell’interesse restano legati alla società della merce e alla pseudocritica dell’interesse che finisce per occhieggiare all’antisemitismo. Che una tale posizione non sia sostenibile teoricamente e dia luogo a pericolose illusioni, cercheremo ora di dimostrarlo.
Silvio Gesell era commerciante alla svolta fra il 19° e il 20° secolo e si interessava alle condizioni di un capitalismo stabile, libero da crisi. La sua riflessione fondamentale era tanto semplice quanto falsa: l’interesse è la radice di tutti i mali della forma economica capitalistica.1 Da ciò ne consegue la necessità di una “moneta libera dall’interesse”. Tramite una regolare timbratura la libera moneta di Gesell dovrebbe continuamente perdere valore quando non venisse spesa, e quindi il circolo della moneta e del commercio della merce sarebbe tenuto in moto. Gesell vedeva la causa dell’interesse nella tesaurizzazione della moneta attraverso il patrimonio. Tutte le merci sono secondo Gesell deperibili e perciò caratterizzate da un fondamentale svantaggio nei confronti dell’indeperibile moneta. Poiché di fatto tutti gli uomini hanno bisogno di denaro per lo scambio delle merci, i possessori del denaro godrebbero di un forte privilegio, che essi si fanno pagare in interesse. Nell’ottica di Gesell ciò rappresenta una “ingiustizia” del capitalismo e al tempo stesso anche la causa delle crisi economiche.
Gli obbiettivi di Gesell erano tutt’altro che umanitari. La libera moneta doveva togliere le catene alla concorrenza e ridare “ai più abili” il loro “diritto” contro i “parassiti” accaparratori di denaro. Come alcuni odierni liber-monetisti, caldeggiava l’eugenetica, ovvero il “miglioramento genetico” dell’uomo attraverso la “selezione naturale”, alla quale la libera moneta doveva dare il suo contributo.

Dalla critica popolar-nazionale dell’interesse al revival della teoria della libera moneta

Nel punto più alto della grande depressione degli anni ’30 le idee di Gesell incontrarono il terreno per loro più fruttuoso. Un esempio spesso citato come riprova pratica dell’efficacia della libera moneta è “l’esperimento di Wörgl” avvenuto fra le due guerre in Tirolo. Con l’aiuto della libera moneta, che si era autonomamente data, la comunità poté finanziare investimenti per progetti di costruzione nel circondario comunale, dare impulso alla crescita economica e così ridurre la disoccupazione e la miseria. L’esperimento venne presto ostacolato dalla banca nazionale austriaca che vedeva in pericolo la propria sovranità monetaria. Il suo effetto somigliava a quello di un programma keynesiano per lo sviluppo della crescita e per questo si pone in contraddizione con il tono di fondo della critica alla crescita di molti odierni liber-monetisti. Da questo temporaneo e limitato programma economico comunale è stato più volte desunto il possibile buon effetto che avrebbe una più ampia introduzione della libera moneta. Si tace tuttavia sulle particolari condizioni territoriali e la breve durata dell’esperimento di Wörgl.
Fra le due guerre naufragavano i tentativi rivoluzionari del movimento operaio occidentale e la crisi del capitale si acuiva. In questa situazione l’ideologia della critica dell’interesse cadeva a puntino: l’odio per il capitale finanziario, che veniva interpretato come responsabile delle proprie miserie, rendeva possibile una presa sull’ordine capitalistico e apriva al tempo stesso una valvola di sfogo per il sentimento diffuso di impotenza e umiliazione. Non per caso le vedute di Silvio Gesell influenzarono in modo determinante il funzionario nazista e ideologo del partito Gottfried Feder, il cui obbiettivo centrale, nella politica economica, di una “rottura della schiavitù dell’interesse” venne accolto nel programma del NSDAP (partito nazionalsocialista). Il folle e populista accostamento di interesse e ebraismo, alla quale anche Gesell e i sui precursori ideologici si erano fermati, aveva preparato il terreno per quella catastrofe che la critica nazional-popolare dell’interesse avrebbe suggellato.
La fine della guerra portò un periodo di crescita economica e di piena occupazione, nel quale la dottrina della libera moneta cadde nel dimenticatoio. Solo quando, negli anni ’80, il miracolo economico giunse alla fine, la disoccupazione crebbe e insieme si fece sentire la crisi ecologica, la dottrina della libera moneta si ripresentò come valida alternativa.
La crisi della nostra “civiltà” spinge verso una trasformazione sociale fondamentale. Molti la vedono realizzarsi nei circoli dello scambio e nella libera moneta, nei mercati locali, nelle monete complementari e nelle cooperative di mutuo credito. Tutte queste idee hanno nomi e origini diversi, ma un comune denominatore: deve esserci il mercato, anche se possibilmente piccolo. Deve esserci il denaro, però senza interesse. Deve esserci lo scambio, però equo. Quando ci viene offerta questa trinità come soluzione, dovremmo però esaminarla a fondo. Poiché questa presunta scialuppa di salvataggio non può dirsi sicura prima ancora che dimostri di poter galleggiare. Vediamo che cosa i sostenitori della libera moneta associano a queste idee. Possiamo sintetizzarlo in tre punti: nessun obbligo di crescita, equità e stabilità economica.

Nessun obbligo di crescita?

Nei circoli dello scambio ecologisti si è diffusa la convinzione che la libera moneta renda possibile una presunta “economia naturale” senza obbligo di crescita. Nell’interesse la moneta sembra accrescersi come da se stessa e si potrebbe pensare che proprio per questo motivo debbano crescere anche le imprese. Tuttavia questa opinione è falsa. Per comprenderlo è sufficiente dare uno sguardo al bollettino giornaliero della politica economica: ministri della finanza e Banche nazionali in tutto il mondo ricorrono allo strumento dell’abbassamento dei tassi quando la crescita economica minaccia di fermarsi. Poiché interessi bassi significa crediti economici, e per conseguenza cresce la disponibilità all’investimento, nella misura in cui sono corrispondentemente alte le aspettative di profitto. Alti tassi d’interesse per contro soffocano in ogni caso la crescita, perché spingono molte imprese al fallimento e insieme rendono non redditizi gli investimenti finanziati col credito. Dal punto di vista dei consumatori la libera moneta non comporta che l’inflazione. Grazie alla sua svalorizzazione permanente si darebbe una grande pressione, quella di spendere il più velocemente possibile la libera moneta. Anche questo effetto dovrebbe stimolare la crescita in una buona situazione economica. Non per ultimo era infatti anche questo uno degli scopi dichiarati che Silvio Gesell voleva raggiungere con la libera moneta.
L’unico argomento che resta infine per una onorevole via d’uscita ecologica della libera moneta suona, secondo il punto di vista liber-monetista, così: con la soppressione dell’interesse sarebbe pur sempre data la possibilità di non lasciar crescere l’economia, mentre l’interesse creditizio nell’“attuale sistema del denaro” forza in ogni caso la crescita. Tuttavia questa è solo una mezza verità: L’interesse creditizio impone sicuramente un profitto minimo, però le imprese prendono il credito proprio per accelerare la loro crescita, non il contrario. Questo perché con parte di capitale esterno ad interesse possono esser fatti più investimenti che con il proprio limitato capitale. Il credito procura un vantaggio decisivo nella concorrenza.
Con ciò siamo anche arrivati all’autentica causa della crescita. Non è l’interesse ad originare la crescita delle imprese e quindi dell’economia in generale, bensì la concorrenza per il massimo profitto possibile. Ciò è confermato dalle imprese stesse.2 Infine, anche dal punto di vista statal-politico la crescita è necessaria, poiché l’aumento della produttività determinato dalla concorrenza libera continuamente forza-lavoro che può trovare di nuovo occupazione e pagare tasse solo grazie alla crescita produttiva. Inoltre la crescita economica mitiga la lotta per la redistribuzione ed è necessaria per la sopravvivenza della valorizzazione tecnologica complessiva nazionale nella competizione internazionale, la quale del resto esisteva già prima della globalizzazione.
Ecologicamente molto modesti, alcuni seguaci della libera moneta si limitano in definitiva a evidenziare l’effetto positivo di un basso tasso di interesse per gli investimenti rispettosi dell’ambiente. Con ciò però si sono già congedati dalla loro richiesta di una libera moneta, poiché interessi bassi sono auspicabili anche dal punto di vista della teoria economica keynesiana, la quale però d’altra parte confida con essi di dare impulso alla crescita.

Il delirio del rendimento

Come già il socialdarwinista Silvio Gesell prima di loro, anche gli odierni liber-monetisti propagandano una pretesa “equità di rendimento” a cui la moneta libera da interessi dovrebbe dar luogo. L’interesse è, dal loro punto vista, da criticare in quanto “reddito senza lavoro”, invece giustificato per il guadagno dell’impresa attraverso il lavoro. Questa visione riposa sulla rappresentazione fantastica della vita degli “uomini ricchi”. Chiaramente ci sono milionari che fanno una bella vita. Chi non la vorrebbe? L’amministratore di beni medio è però tutt’altro che un semplice pigro possessore di denaro, che passa il tempo a prendere il sole, mentre i suoi milioni aumentano. Uno sguardo nell’agenda degli appuntamenti di un manager che amministra fondi o il volto di uno stressato broker della borsa parlano a sufficienza: l’amministrazione del denaro è un lavoro faticoso e rischioso come nessun altro. Inoltre sono gli stessi trust industriali e conglomerati di imprese a investire il loro capitale nei mercati finanziari. Una separazione fra imprenditore “lavoratore” e capitalista “fannullone” non corrisponde alla realtà. Esiste piuttosto una “divisione del lavoro” fra anonimi capitali industriali e finanziari corrispondente al capitalismo moderno che niente ha a che fare con le fantasmagoriche figure sociali del liber-monetista.

Che cosa è l’interesse

Diversamente da quanto affermato dai liber-monetisti, l’interesse non è assolutamente un aumento di prezzo imposto dai “capitalisti”. Si tratta piuttosto – insieme al guadagno dell’impresa – di un parte del profitto che si basa complessivamente sull’appropriazione di lavoro non pagato nel processo di produzione delle merci. La merce “forza-lavoro”, che si vende sul mercato del lavoro, ha come ogni altra un valore d’uso qualitativo e un valore di scambio quantitativo. Il valore d’uso di quella merce consiste, per il capitale, nella possibilità di guadagnare, attraverso il suo utilizzo, valore di scambio. Il valore di scambio della merce forza-lavoro, il suo prezzo, che si manifesta nel salario, si dà come risultato delle abitudini sociali, dell’esito delle lotte per la distribuzione e in generale del costo della sua riproduzione, cioè la spesa per i mezzi di sostentamento, istruzione etc. Là dove la forza lavoro viene usata oltre quel periodo di tempo indispensabile per il suo valore di scambio, si dà per l’impresa un eccedenza di valore di scambio. Questo plusvalore è lo scopo della produzione capitalistica e si manifesta nel profitto.
Ciò che non viene “guadagnato” come valore economico attraverso l’utilizzo della forza-lavoro non può nemmeno essere messo da parte nella forma dell’interesse. Diversamente rispetto al prestito di denaro pre-moderno, che di fatto consumava le sostanze finanziarie del creditore, il denaro sotto le condizioni capitalistiche viene prestato non come mero mezzo di scambio, bensì innanzitutto come capitale. L’interesse è quel prezzo che il denaro in quanto capitale ha: in quanto mezzo con il quale produrre plusvalore e profitto. Il possesso di denaro rende possibile, alle condizioni capitalistiche, la produzione di plusdenaro, e questa potenza del denaro vuole anche essere corrispondentemente pagata. Il prezzo del denaro capitalistico espresso nell’interesse si orienta secondo la domanda e l’offerta del mercato finanziario. Gli interessi alla fine vengono pagati dal profitto che il denaro in quanto capitale ottiene nel processo di produzione. I debiti, a queste condizioni, servono non solo all’arricchimento del creditore ma anche a quello del debitore, fintanto che il denaro viene collocato nella produzione di profitto e non speso per i fini del consumo, capitalisticamente improduttivo.
La falsa critica della libera moneta al capitalismo viene ingannata dalla superficiale impressione che evoca il capitale portatore di interessi: esso sembra aumentarsi come da se stesso, senza l’intromissione della produzione di merce. Se non vediamo nel capitale le relazioni reificate di sfruttamento e i rapporti di produzione, lo sguardo si concentra solo sull’apparente auto-incremento del denaro nell’interesse. Si arriva allora all’impressione che il capitale finanziario “improduttivo” e la sua amministrazione si fronteggino con il “produttivo” imprenditore, qui unito in uno stesso fronte con i lavoratori e le lavoratrici. L’imprenditore viene qui visto non come facente le funzioni di capitalista, che estrae valore dai suoi lavoratori e dalle sue lavoratrici e si fa prestare a questo scopo il denaro necessario, bensì come “lavoratore speciale”. Egli certamente estrae profitto dal possesso dei mezzi di produzione e dallo sfruttamento della forza lavoro, tuttavia sembra ricevere un “salario imprenditoriale” per la sovrintendenza e l’organizzazione del processo di produzione. Per contro il denaro capitalistico “improduttivo”, che non viene visto nel suo inseparabile legame con la produzione, sembra lucrare il suo guadagno d’interesse da una supposta altra sorgente rispetto a quella da cui proviene il guadagno delle imprese che producono merce. Il pensiero della dottrina della libera moneta si comprende così non solo in base ai suoi obbiettivi politici, ma anche ad una insufficiente e superficiale interpretazione del capitale e della valorizzazione capitalistica.
Date queste premesse possiamo ora commentare anche la critica ampiamente condotta dai sostenitori della libera moneta sulle “quote d’interesse” nei prezzi delle merci. Se si volesse qui criticare l’interesse con il pedante argomento che esso entri nel prezzo delle merci, si dovrebbe nello stesso momento condannare anche il guadagno dell’impresa. Esso entra certamente nel prezzo, e neanche poco. È comprensibile che l’acquirente di crediti preferisca non pagare alcun interesse, così come il consumatore possibilmente non vorrebbe pagare proprio nulla. In quanto a ciò, ogni prezzo è sempre troppo alto. Questo però non è un argomento valido per la libera moneta, bensì un argomento contro il denaro in generale.
I liber-monetisti riconducono all’interesse anche la “redistribuzione verso l’alto”, importante nel capitalismo. Di fatto la forbice della ricchezza si deve necessariamente aprire anche senza l’interesse. Da una parte è sì il risultato del tanto propagandato, dai liber-monetisti, “calcolo di rendimento del mercato”, in base a cui vengono vagliate la “fiacchezza della concorrenza” e il “rifiuto del rendimento”. Dall’altra si accumula profitto, che viene reinvestito nella produzione per ottenere sempre più profitto, necessariamente anche senza interessi. Il salario del lavoro viene per contro regolarmente consumato e non investito nella produzione di profitto, e può essere “aumentato” solo attraverso le lotte sindacali. In ogni caso, ad un tale aumento salariale sono posti confini molto stretti: un alto tasso di crescita economica è per questo un presupposto essenziale.
Il pagamento degli interessi dai paesi poveri per il loro “credito allo sviluppo” significa di fatto una massiccia redistribuzione dal Sud verso il Nord, che eccede considerevolmente il volume dell’“aiuto allo sviluppo”. Non si possono però chiudere gli occhi di fronte al fatto che senza interessi nessuna impresa e nessun stato del mondo vorrebbero dare in prestito il loro capitale in grandi quantità. Una tale concessione di credito ha successo solo se adocchia al profitto nella produzione di merce. Perciò proprio le economie nazionali, che negli anni ’70 erano le più promettenti candidate allo sviluppo capitalistico, si sono spesso infilate più profondamente nelle crisi di debito. La libera moneta qui non può rappresentare alcuna soluzione. L’unica sensata richiesta è piuttosto una cancellazione del debito incondizionata per i paesi poveri e lo sviluppo di un modello fondamentalmente nuovo di cooperazione al di là del mercato, dello scambio e del denaro.

Con la libera moneta nella crisi

Veniamo ora all’ultima affermazione: un’economia di mercato con la libera moneta non conosce alcuna crisi. In ciò la dottrina della libera moneta assomiglia significativamente alla teoria economica neo-liberale, all’ideologia giustificazionista dell’attuale campagna delle liberalizzazioni. Come il neoliberalismo, la teoria della libera moneta pensa che un mercato lasciato a se stesso sia stabile ed essenzialmente non necessiti di alcun intervento politico. Perciò i liber-monetisti difendono senza mezzi termini la causa di una “libera e giusta economia di mercato”. La teoria della libera moneta si distingue da questo punto di vista dal neoliberalismo soltanto in quanto considera il “denaro senza interessi” come presupposto contro la crisi. Anche i suoi forti lamenti sull’inflazione, che essa vuole distinguere dalla perdita di valore della libera moneta, e sui debiti dello stato rassomigliano al chiacchiericcio neoliberale.
Entrambe le teorie partono da una fittizia economia di mercato con scambio naturale di merce contro merce. La moderna reale economia di mercato è però necessariamente un’economia del denaro. Proprio attraverso il denaro vengono superati i limiti dello scambio immediato: si può vendere senza poi comprare alcunché; e le imprese possono percepire crediti per finanziare i loro investimenti. In una economia di mercato produttori e consumatori non si accordano coscientemente. Lo sviluppo della domanda, del potere d’acquisto reale, del prezzo, dei bisogni dei consumatori e della capacità di produzione così come le strategie della concorrenza, lo spostamento dei flussi della domanda e l’insorgere di nuove branche per gli investitori restano sostanzialmente sconosciute. Grazie a questa fondamentale insicurezza del mercato da una parte, e ai meccanismi del credito dall’altra si accumulano necessariamente investimenti fallimentari che conducono alla fine ad una crisi economica. In una tale crisi il capitale investito senza una reale e solvibile domanda viene annichilito e privato di valore. Ciò significa: molte imprese vanno in bancarotta o devono chiudere, sopprimere posti di lavoro o ridurre i salari.
Un ulteriore fattore di crisi incorporato nell’economia di mercato è l’esaurirsi di opportunità economiche di crescita. Poiché tutti i mercati, così come le possibilità di aumento della produttività, i potenziali di razionalizzazione, il potere d’acquisto e i bisogni concreti degli uomini sono limitati, questo fattore prima o poi necessariamente si presenta. A quel punto i profitti si inabissano e gli investimenti diminuiscono. Si arriva così ad una crisi, e molti uomini perdono il lavoro e le loro entrate monetarie. La dottrina della libera moneta pensa qui che attraverso la perdita di valore della libera moneta gli investimenti aumentino e che la tesaurizzazione del denaro non possa più attrarre nessuno, in quanto presunto impedimento alla crescita – in ciò differenziandosi dalla teoria della libera moneta di orientamento ecologista. Una crisi, cioè una produzione economica stagnante o in perdita, diverrà così, secondo la loro opinione, impossibile. La libera moneta però agisce sulla crescita né più né meno come l’inflazione: nessuna perdita di valore del denaro, per quanto grande sia, può obbligare alcuno a fare investimenti. Quando non ci sono sufficienti profitti all’orizzonte, lo spirito di investimento rimane entro confini molto stretti.
La libera moneta non solo non può evitare alcuna crisi: è essa stessa portatrice di crisi. Sulla base cioè della perdita permanente di valore essa è come una patata bollente che salta di mano in mano spingendo in alto l’inflazione senza controllo. Il ruolo di deposito del valore toccherebbe a un qualunque altro oggetto di valore, prestito estero o simili. Proprio questo è ciò che accade nei paesi con alto tasso di inflazione.

L’assurdità della dottrina della libera moneta

La dottrina della libera moneta fraintende il modo di funzionare del mercato e non può perciò comprendere perché in una economia di mercato tanto il lucro quanto l’interesse debbano necessariamente esistere. Nella sua rappresentazione il denaro deve “tornare ad essere un puro mezzo di scambio”. Ma il denaro in una economia di mercato non è solo un mezzo di scambio, è fra le altre cose anche capitale. Questo significa che il denaro viene investito nella produzione di merci solo quando genera profitto. Senza profitto in una economia di mercato non c’è alcuna spinta alla produzione. Ciò si mostra nel momento in cui l’apparente automatismo produttivo dei mercati vacilla e si dissolve in una crisi. Sebbene le possibilità materiali di produzione restino esattamente le stesse, i mezzi di produzione diventano inattivi e larghe quantità di forza lavoro vengono dismesse. Detto più semplicemente, sulla base della folle logica dei mercati può accadere che uomini che si trovano accanto a luoghi di produzione pienamente funzionanti muoiano di fame.
Poiché la produzione non viene controllata dalla società, la “capacità economica” di un’impresa viene misurata unicamente in base al livello di profitto che essa stessa raggiunge. Già solo sulla base della concorrenza il profitto dell’impresa viene massimizzato per quanto possibile. Chi fa più profitto può, grazie a maggiori investimenti, crescere più velocemente ed assicurare al meglio la propria sopravvivenza economica. D’altra parte il profitto è anche l’unico scopo della produzione capitalistica: dal denaro deve venire maggior denaro. Maggior profitto significa migliori traguardi economici, maggior crescita economica. Questa linea di condotta non si modifica neanche in assenza di interessi. Il profitto normalmente non viene consumato o speso, dal capitalista immaginario dei liber-monetisti, in yacht o champagne, ma viene reinvestito in ulteriore produzione di profitto. Questo è precisamente il folle meccanismo autoreferenziale del capitalismo, voler produrre per produrre, lavorare per lavorare, investire per poter investire di più. La libera moneta non cambia una virgola di questa folle mania, piuttosto la rinforza.
L’interesse gioca in questo circolo vizioso, una volta che ne se è accettata la folle logica, un ruolo completamente “razionale”. Il capitale monetario viene dislocato tendenzialmente, in modo corrispondente alla legge di mercato della domanda e dell’offerta, nei rami con le più grandi aspettative di profitto e quindi anche con il più alto fabbisogno di capitale, il quale non si indirizza certo verso i bisogni degli uomini, bensì verso le esigenze della valorizzazione. Questo meccanismo viene controllato in modo indiretto attraverso la concessione dei crediti e l’aumento degli interessi, dunque senza il consenso diretto delle imprese. Gli investimenti considerati a rischio o a basso rendimento ricevono più difficilmente credito di quelli da cui ci si aspetta un sicuro e alto profitto. Senza interesse non ci sarebbe né stimolo né orientamento per questo processo di distribuzione del capitale.
Nello spazio del sistema capitalistico l’alternativa al meccanismo del credito del libero mercato finanziario sembrerebbe consistere nell’investimento pianificato dallo stato. Ciò richiede il potere discrezionale da parte dello stato su tutte le risorse e una estesa burocrazia statale. Il socialismo reale ha mostrato verso quali problemi tutto questo conduca. Il liber-monetismo vuole quanto più possibile respingere lo stato, ovvero liquidarlo, e realizzare un mercato che premi il rendimento del lavoro. Solo che il “denaro senza interesse” può funzionare solo in una economia nazionale isolata dal mercato mondiale, nella quale la banca nazionale centrale eserciti pieno controllo. Già sin dall’inizio l’introduzione della libera moneta causerebbe una fuga di capitali senza precedenti e con ciò grossi problemi economici. Non venne realizzata nemmeno nel periodo nazista, contrassegnato dal protezionismo e dalla folle idea anti-semita di una “rottura della schiavitù dell’interesse”. Nell’epoca della globalizzazione un tale scenario isolato semplicemente non è immaginabile. Quelle che una volta erano “economie nazionali” sono adesso sempre più interconnesse, tanto da non poter più uscire dal mercato mondiale.
L’esaurimento di possibilità di crescita più convenienti che necessitavano di una relativa maggior occupazione, così come la recessione nella crescita del mercato interno, crearono agli inizi degli anni ’70 importanti presupposti per l’attuale processo di globalizzazione del capitale. Da questo tipo di sviluppo non si può tornare indietro. L’ipotesi liber-monetista – che fra l’altro si nasconde dietro le comuni rappresentazioni della critica alla globalizzazione à la Attac – per la quale il rigonfiamento dei mercati finanziari e l’indebitamento pubblico e privato sono la ragione della crescita stagnante e della crisi economica è falsa. La connessione è esattamente rovesciata: il capitale fluisce sui mercati finanziari perché già dagli inizi degli anni ’70 il profitto nella produzione delle merci è receduto.
Il liber-monetismo rivela la sua fondamentalmente erronea comprensione del capitalismo, fra le altre cose, quando indica come esempio le monete del medioevo (i “bratteati”) come prova dei benefici effetti della libera moneta. Non vogliamo qui entrare sulla supposta connessione causale fra i bratteati, una valuta medievale con continua perdita di valore, e il benessere. Qui deve solo esser fatto rilevare che il denaro nella società feudale del medioevo giocava un ruolo marginale e non è comparabile con il denaro del capitale odierno. Sui mercati medievali non esisteva alcuna libera formazione dei prezzi, gli uomini della società feudale non erano costretti a vendere la loro forza lavoro, non c’era alcun capitale industriale, dominava la produzione per il proprio bisogno, la vita della comunità non era retta da anonime relazioni di diritto e di denaro ma da relazioni sociali personali. Poiché mancava una libera formazione di prezzi imposta dal capitale che produce profitto, non è possibile paragonare l’usura medievale con l’interesse capitalistico.
Sulla base di tutte le suddette debolezze, insulsaggini e indiscutibili aspetti politici i seguaci e le seguaci della “moneta senza interesse” si distinguono dalla dottrina della libera moneta. Ciò viene fatto sicuramente in modo sincero, e perciò è una cosa buona. Rispetto alla infondatezza dell’idea di un “denaro senza interessi” non cambia però di fatto proprio niente, sia che si accompagni ad altre idee riformatrici o ne richieda per sé sola la paternità. Le crudeltà della società della merce non si lasciano curare con una operazione superficiale, bensì sono da rigettare fuori dal mondo attraverso il superamento della forma merce e della valorizzazione.
31.12.2005

1 La dottrina della libera moneta vuole affrancare l’economia di mercato dal capitalismo. Nel nostro modo di intendere la cosa, entrambi i concetti richiamano invece due facce di una stessa medaglia. Essi si co-appartengono inseparabilmente: l’economia di mercato contrassegna l’aspetto del commercio delle merci, il capitalismo quello della produzione delle merci. Le espressioni “dell’economia di mercato” e “del sistema capitalistico” significano perciò essenzialmente lo stesso. Anche il socialismo reale va posto nello stesso filone del sistema capitalistico dell’economia di mercato. Si tratta del tentativo, condannato al naufragio, di una economia di mercato pianificata. Come capitale la teoria della libera moneta intende solo il capitale monetario. Dal nostro punto di vista, il capitale non è una cosa, bensì un incessante processo fine a se stesso di accrescimento di valore economico. Questo processo comprende tanto il denaro quanto la merce (materia prima, mezzi di produzione, forza-lavoro). La critica del capitalismo, qui solo schizzata, si distingue perciò in modo fondamentale dalla “critica del capitalismo” della teoria della libera moneta.
2 Bakker, L. (2000): Wachstum wider Willen? (Crescita controvoglia?) In: Heinrich-Böll-Stiftung: Jenseits des Wachstums (oltre la crescita), Politische Ökologia 66.

samedi 7 mai 2011

Le grand virage des polices politiques

Il ne fait aucun doute que l'opération "Fin de Ben Laden" n'est que la partie visible d'un plan d'envergure qui va commencer à se déployer. Le signe le plus marquant c'est la multiplication des "déclarations" policières "antiterroristes".


«La France est très ciblée depuis plusieurs mois» Bernard Squarcini, chef du renseignement intérieur, multiplie les déclarations:

"Nous ne cherchions pas à localiser Ben Laden, ce n’est pas de notre compétence."

"La mort d’Oussama Ben Laden risque d’entraîner «des représailles» de la part de groupes comme Aqmi (Al-Qaeda au Maghreb islamique  orchestré d'Alger)"

"La France, elle, reste directement menacée par Aqmi, qui a prêté allégeance a Al-Qaeda. Aqmi, qui a un bon savoir-faire, s’est renforcé quantitativement et qualitativement." 

"La France est la cible n° 2 d'Al-Qaida"

"Pour l’instant nous sommes attaqués à l’extérieur, mais cela peut arriver à l’intérieur." 

Bref ces gens cherchent matière a assassiner encore un peu plus les dernières libertés au prétexte d'une menace renforcée des méchants islamistes... dans un premier temps, mais en ciblant toute opposition sérieuse à leurs sinistres projets. La bouffonnerie de Tarnac pourrait bien avoir des suites...

Lire les Projets Degoche sur le sujet ici un PDF complet de la fondation Jean Jaurès.

"...La pratique actuelle du pouvoir a en outre fait glisser l’activité des services de renseignement d’une dérogation aux règles du droit commun à une dérogation aux principes démocratiques, menant à une série de scandales qui ne peut que créer un profond malaise au sein des services eux-mêmes..."


Jean-Jacques Urvoas Interview pour son livre... par fondationjeanjaures
Contrôler quoi ? 
Sachant que ces services fonctionnent comme des poupées gigognes  et que de plus existent une infinités de "Services" officieux privés qui peuvent agir en dehors de tout cadre légal.
Bref rien de nouveau, si ils étaient gentils ils seraient moins méchants...

vendredi 6 mai 2011

La vie quotidienne des tunisiens en France

Garde d'Honneur devant un Palace hébergeant des tunisiens
Les cars gracieusement mis a disposition par la Préfecture de Police de Paris  proposent une découverte touristique des haut-lieux de la capitale française. Prisons, centres de rétentions, commissariats, dépôts et tribunaux sont à votre service !
Welcome to Paradise ! 


A propos de la mort de Ben Laden:
".../La mémoire collective oublie, la plupart du temps, les cafouillages initiaux pour ne retenir que l'ultime version officielle. Sauf bien sûr chez les adeptes des théories du complot. "
Soit vous êtes un imbécile conforme, soit vous êtes un "complotiste" pour cette journaliste... 
Aline Leclerc mérite son salaire de désinformatrice...

jeudi 5 mai 2011

ARBEIT OHNE WERT

Deutschland ist allseits bewunderter Weltmeister im Wirtschaftsaufschwung. Die Konjunktur brummt, der Arbeitsmarkt boomt. Aber der schöne Schein könnte trügen. Das stärkere Wachstum als in anderen westlichen Ländern ist bloß die Kehrseite des besonders tiefen Absturzes 2009. In diesem Jahr hatte die BRD mit fast 5 Prozent das größte Minus unter den entwickelten Industriestaaten zu verzeichnen. Die extremen Ausschläge zuerst nach unten und dann nach oben zeigen nur, dass die deutsche Wirtschaft die exportabhängigste der Welt ist.
Der neue Höhenflug konzentriert sich dabei mehr denn je auf die Autoindustrie und den Maschinenbau. Die Autohersteller liefern vor allem Luxuskarossen nach China und in die USA, während der europäische Absatz eher stagniert. Der Maschinenbau bedient in wachsendem Ausmaß die Investitionswelle in China, mit der dort die Krise aufgefangen wurde. Aber diese beiden äußeren Wachstumsmotoren werden hauptsächlich durch riesige Staatsprogramme und künstlich billig gemachtes Geld am Laufen gehalten. Wenn die bereits anziehende Inflation die chinesische und die US-amerikanische Notenbank zu spürbaren Zinserhöhungen zwingt, könnte dem Boom schnell die Luft ausgehen. Die viel bejubelten zusätzlichen Stellen in den zentralen Exportsektoren würden sich dann als „Arbeitsblase“ entpuppen, die platzen muss, weil die externe Kaufkraft für die Exportschlager gar nicht auf realer Wertschöpfung beruhte. Die staatliche Geldmaschine ist nicht tragfähiger als zuvor die finanzkapitalistische.
Trotz des fiebrigen Booms ist die exportindustrielle Basis des Arbeitsmarkts in der BRD schmal. Dem ideologischen Exportchauvinismus entspricht eine kleine „Arbeiteraristokratie“ auf Abruf, während sich im Windschatten der außenwirtschaftlichen Gewinne und Einkommen die prekäre Beschäftigung im Inneren weiter rasant vermehrt. Der stolz präsentierte Abbau der Arbeitslosigkeit beruht nur in wenigen Exportsegmenten auf zusätzlichen Vollzeitstellen mit Beschäftigungsgarantie. Ein größerer Teil der neuen Stellen ist befristet und untertariflich bezahlt. Vor allem aber explodiert die Zahl der 400-Euro-Jobs, die 2010 auf 7,3 Millionen gestiegen ist. Immer mehr reguläre Stellen werden in solche Jobs zerlegt, die Bezahlung liegt oft nur bei der Hälfte des Tariflohns. Und fast zwei Drittel dieser Mini-Jobber sind Frauen. Nach ökonomischen Gesetzmäßigkeiten müsste eine selbsttragende Konjunktur den allgemeinen Preis der Arbeitskraft erhöhen. Dass im Gegenteil deren Entwertung dramatisch fortschreitet, ist ein Indiz für die mangelnde Substanz des Aufschwungs.
Tatsächlich ist ein Großteil der prekären Beschäftigung in kapitalistisch unproduktiven Sektoren angesiedelt. Sie muss aus der realen Mehrwertproduktion alimentiert werden, die jedoch ihrerseits nur noch simuliert wird; inzwischen durch staatliche Geldschöpfung. Der davon genährte globale Exportboom ist in den meisten Industrieländern und insbesondere in der BRD eine Minderheitsveranstaltung. Das billige Geld führt nur in diesen Sektoren zu Erweiterungsinvestitionen, die jedoch in der Breite von Industrie, Handwerk und Dienstleistungen ausbleiben. Stattdessen fließt die Geldschwemme der Notenbanken großenteils wie gehabt in den Finanzüberbau. Die Kehrseite der „Arbeit ohne Wert“ ist eine erneute Blase auf den globalen Aktienmärkten, die unter diesen Bedingungen erst recht keine Indikatoren mehr für die reale ökonomische Entwicklung sind, sondern auf sich selbst bezogen bleiben und ein Trugbild abgeben. Zusammen mit Inflation und staatlichen Schuldenkrisen ist der nächste Entwertungsschock auf den Finanzmärkten programmiert.

Robert Kurz

mercredi 4 mai 2011

A TARNAC: UNE RÉUNION POUR RÉFLÉCHIR

Souvenez-vous: Fin juillet 2010, quelque deux cents personnes se sont réunies dans la commune de Corrèze où des jeunes gens avaient été interpellés, le 11 novembre 2008, lors de l’enquête « antiterroriste » ouverte après le sabotage de lignes TGV. La réunion a eu lieu à la ferme du Goutailloux, à Tarnac, en présence notamment de personnes toujours mises en examen dans ce dossier. Pendant une semaine, les participants – venus des Etats-Unis, d’Europe et de France – ont cherché à « analyser la situation politique actuelle et élaborer ce que serait une sortie bouleversante de l’ordre présent ».

Un  texte insultant les "absents"  a cette sauterie circula alors sur le Net:  

Morceau choisi

"Que, dans ces moments, chacun se cramponne à sa position sociale menacée est bien compréhensible, mais que militants et activistes restent confortablement installés dans leur rôle social minoritaire, qu’au lieu de s’interroger sur leur soudaine paralysie, ils préfèrent considérer que tout leur donne raison et qu’ils n’ont qu’à continuer à parfaire leur posture radicale sur les sites web spécialisés ou à siroter leur bière à la terrasse des cafés branchés, voilà ce qui est proprement hallucinant. »"

On comprend mieux maintenant la déception des "Services"  devant le peu de succès de cette rencontre mise a profit par les policiers pour surveiller les dupes de Tarnac...

"...En mars dernier, deux personnes du comité de soutien aux inculpés de Tarnac (pas poursuivies) vont chez le garagiste pour des problèmes récurrents de batterie. Le mécano leur explique qu’un truc bizarre pompe dessus, sans entrer dans les détails. En démontant les grilles de ventilation, les propriétaires de la voiture tombent sur un petit boîtier noir de 9 centimètres sur 5, relié par des fils au système électrique. A l’intérieur, deux circuits imprimés comprenant une antenne passive, un dispositif de géolocalisation de marque Navman et une carte SIM Orange pour transmettre les données. Tout l’attirail pour tracer à distance les déplacements de la voiture. De quand date le bidule ? Sans doute d’une fête à Tarnac, il y a un an. La police a pu en profiter pour poser la balise. Juste après, la vitre électrique a commencé à déconner. Depuis le retrait de l’objet, elle fonctionne à nouveau..." source

Intimidations, contrôles, traçage GPS: la police ne lâche pas les mis en examen de Tarnac et leurs amis. Rencontre à Rouen, où quatre d’entre eux habitent aujourd’hui.

"...On s’était mis d’accord : pas de photos, pas de descriptions bucoliques du jardin au printemps, pas de commentaires sur leurs plats préférés. Les mis en examen de Tarnac et leurs amis ont déjà vu leurs maisons perquisitionnées, leurs lectures décortiquées et des journalistes planquer devant chez eux. Deux ans et demi après les premières gardes à vue antiterroristes, ils n’ont pas envie de voir leur intimité étalée dans les journaux, ni de raconter une énième fois les arrestations de novembre 2008 et les policiers cagoulés.
Dix personnes sont toujours poursuivies, notamment pour “association de malfaiteurs en relation avec une entreprise terroriste”. Elles sont soupçonnées d’avoir préparé des dégradations en vue de désorganiser les réseaux ferroviaires. Parmi elles, Julien Coupat, mis en examen pour direction d’une structure à vocation terroriste. L’instruction en cours peine à décoller faute de preuves, et les erreurs répétées des policiers chargés de l’enquête ont largement décrédibilisé la procédure.
Quatre des “dix de Tarnac” vivent à Rouen : Elsa, Bertrand, Mathieu et Aria*. Ils habitent deux maisons en colocation avec des copains, une poignée de jeunes entre 25 et 30 ans qui passent leur vie ensemble. En attendant un éventuel procès, ils mènent une vie sous surveillance, et leurs amis aussi. Sans jouer les martyrs ou les paranos, ils nous ont accueillis pendant deux jours pour raconter les signes d’une présence policière continue et les ingénieux efforts pour les diaboliser..."

source

 a Tarnac une réunion pour réfléchir au régime de la peur

 

To Daniel Denevert 26 February 1972

Dear Daniel:

The fact that you are very eloquent in writing unfortunately encounters the circumstance that, at this moment, I have little time to write letters. There are many things in your letter to respond to, but I prefer to speak to you in person. I am also sure that one can speak of all that can be written, and that direct dialogue does not fail to get better with use.
To limit myself to the most general points, I find that the questions that you wish to deal with would make a very interesting book, and that you must undertake such a project. Like you, I think that the “dictionary” form is very difficult to write,[1] and even more so to read properly. But the rest is open.
It is true that, on one side of current revolutionary ideology [révolutionnarisme], there is an aspect of “longing for the golden age” that is not formally enunciated, but which one can detect, for example, in many pages by [Raoul] Vaneigem. One must critique it, especially if one estimates that the current (deteriorating) conditions of life can reinforce this emotional reaction (which becomes almost frankly ideological in the “ecological” current of the American Left). The loss of life is a quite real phenomenon (for example: anyone who has lived in Paris for the last 20 years can testify to a “loss of the town”), but obviously it only exists within the very heart of a form of life that is already fundamentally “absent.” In [The Society of the] Spectacle, I evoke the two or three past eras in which one can recognize a certain historical life and [also] the limits of these eras. Considered coldly, it appears that there’s not too much to lose[2] in the entirety of the old world.
Unlike you, I believe that “after the SI” there remain many essential ideas to discover (and some to be rediscovered). Moreover, the SI found very few essential ideas: two or three, which is an extremely rich result because many movements that have counted in history have only discovered one, or truly not even one. But we have also brought back into the game several old revolutionary conceptions (which must return, in any case). Given the historically favorable terrain, on the one hand, and our very weak means, on the other, I find that our strategy was quite remarkable in this [mixture of new and old].
In L’intelligence,[3] you write, “the SI itself has in part contributed to this submission to spectacular procedures” (by giving a certain preeminence to “what was positively realized”). Although there is some truth to this, the observation itself is a simply positivist truth. The proof is abstract, not historical.
1) If we haven’t enunciated – positively, I mean – the part of the negative that we have realized in theory and in actions, who has? If this [the negative] had never carried the risk of being contemplated as positive, it would not have entered into the historical struggle. Millions of proletarians have remained, as proletarians, purely negative for dozens of years. Things are at the point that no one recognizes it truly, not even them, who recognize themselves as falsely as voters or bettors with arbitrary schemes for picking a winner.
(Ah, the ruses of history were at play in the three preceding lines: three ballpoint pens came to their respective ends. . . .)[4]
2) One can now show precisely what – one can often see to whom! – the SI has left to make its eulogy. Of course, everything could partially have been done better: the proof is that this critique has been made within the SI for years, but it was only partially successful. Thus, one must show concretely what was missing. One can only judge it, in fact, according to what was successful. (Without it, there wouldn’t even be “judges” capable of judging the results of this operation.) Thus, one must critique the entirety as it developed.
It seems simpler to me for you to come have dinner at my place. This will allow you to avoid a supplementary trip. And I do not feel too pressed to see Sevran, having already seen Sarcelles. I propose that you come next Friday at around 7 pm, along with Paulette, whom I met last Sunday among some Portuguese comrades.
Best wishes,

[1] Translator: Guy Debord and Raoul Vaneigem had tried to write a Situationist dictionary in October 1962.
[2] Translator: in other words: “not much to be saved.”
[3] Pour l’intelligence de quelques aspects du moment. [Anonymous, written by Daniel Denevert, January 1972.]
[4] From whence comes the bad quality of the [handwritten] document.

(Published in Guy Debord Correspondance, Vol "0": Septembre 1951 - Juillet 1957: Complete des "lettres retrouvees" et d l'index general des noms cites by Librairie Artheme Fayard, October 2010. Translated from the French by NOT BORED! April 2011. Footnotes by the publisher, except where noted.)

lundi 2 mai 2011

La CIA change ses plans

Une  figure "totémique"
La question était  comment finir cette saga de manière utile a l'équipe Obama. Clore spectaculairement 15 années de mensonges c'est l'annonce qu'on en prépare d'autres.
Oussama Ben Laden né en 1957 à Riyad, d'une mère syrienne, Alia Ghanem, l'une des multiples épouses de Mohammed Ben Laden, ancien maçon d'origine yéménite, naturalisé saoudien après être devenu, grâce à un sens aigu des affaires, le principal entrepreneur du bâtiment et des travaux publics dans le royaume wahabite, terre de prospérité et d'immigration économique. C'est en tout cas sa biographie officielle imposée par la CIA avant le 11 septembre.
Ben Laden était la principale icône médiatique  censée justifier la politique extérieure des USA de la "Guerre au Terrorisme", "Contreterrorisme", "Antiterrorisme", comme politique internationale. Bush avait proclamé la croisade du "bien contre le mal" un scénario simpliste comme en raffolent les tarés qui peuplent ce pauvre pays.
Ce sont les révolutions Arabes qui obligent Obama à mettre en place une nouvelle politique en se débarrassant de la vedette inutile. Aucune vérité ne sortira des images et déclarations mensongères des dirigeants  du monde du spectacle.
Ayman Al-Zawahiri
Le Remplaçant désigné:



Pendant ce temps là en Israël:
Des milliers d’Israéliens ont défilé la semaine dernière dans un quartier de Tel-Aviv peuplé d’immigrés d’Afrique noire pour exiger du gouvernement l’expulsion immédiate de ces derniers. Des Philippins ont, eux aussi, été pris à partie, aux cris de « Négros voleurs et violeurs ! », « Négros criminels, dehors ! » ou « Israël n’est pas une poubelle ! »
"Les manifestants, qui brandissaient des pancartes portant les mêmes revendications, ont pris à partie tous les vendeurs de rue à la peau noire qu’ils rencontraient sur leur passage.

Ni la presse occidentale, ni les belles âmes sionistes, donneuses de leçons du genre Bernard Henri-Lévy ou Alain Finkielkraut, n’ont élevé la moindre protestation contre cette agression à caractère ostensiblement raciste. Barack Obama non plus ! 
Ce qui est tout de même étrange puisque lui, l’allié fidèle d’Israël, celui qui, après Bush, couvre toutes leurs exactions, se serait vu aussi menacé d’expulsion étant donné sa couleur.
 source

samedi 30 avril 2011

Révolution(s) en Syrie

Analyse assez juste.
Avec l’épisode syrien, le printemps arabe se rapproche semble-t-il de son centre de gravité : la question palestinienne. Cette question n’est bien évidemment pas la cause de la chute de Ben Ali, de Mubarak ni des difficultés de Kadhafi ou de Saleh. Les slogans des peuples tunisiens, égyptiens, libyens, yéménites portent sur la nature des régimes en place et ils expriment en premier lieu une forte aspiration à la liberté et la démocratie.
En revanche le maintien de tous ces dictateurs, soutenus pendant tant d’années par l’Occident, a largement à voir avec la volonté israélo-américaine d’imposer par la force une « stabilité » autour du brûlot crée par l’occupation de la Palestine et par le mépris de tout un peuple, dont le droit à disposer d’un état est pourtant -sur le papier- reconnu par l’ensemble de la communauté internationale. C’est cet ordre mondial qui est en train de s’écrouler.
Dans ces conditions, la dictature syrienne pouvait faire figure d’exception, et se parer d’atours et d’atouts dont ne disposaient pas les autres despotes. L’occupation du plateau du Golan par Israël depuis 67, au lendemain de la guerre des Six-Jours, le refus constant de transiger sur cette question dans les négociations internationales ont conféré au clan des militaires, qui a peu à peu pris le dessus du parti Baas, un relatif soutien du peuple syrien. Une sorte d’union nationale, resserrée par la proximité de l’occupation israélienne, prenant fait et causes pour les résistances libanaise et palestinienne,  permettait jusque là de « supporter » l’arbitraire, la censure, la torture, l’absence totale de liberté politique. Il semble bien que le retournement actuel non seulement empêche désormais Bachar el-Assad de « surfer sur le Golan » mais que, comme un boomerang, les rives du lac Tibériade lui reviennent en pleine figure.
Hier, des manifestants égyptiens et syriens se sont rassemblés devant l’ambassade de Syrie, près de la station de métro Dokki pour protester contre le répression sanglante qui a lieu dans le pays. Cette ambassade fait face au siège du Wafd (le parti de la délégation) dont quelques militants étaient venus agiter leur nouveau drapeau vert, portant croissant musulman et croix chrétienne. Des personalités comme l’acteur Amr Waked (ci-contre) avaient aussi fait le déplacement.
Les slogans étaient d’un niveau inégal. On a bien sûr entendu le désormais universel « Zanga, zanga, dar, dar », dérivé d’un discours de Kadhafi transformé en différents tubes l’on trouve en ligne ici ou ici. Il est employé maintenant pour signifier que la révolution partira de chaque ruelle (zanga ou zanqa), de chaque maison (dar).
L’affiche ci-contre développe elle, une boutade (éculée) sur le nom du président syrien (assad signifie lion). « Certes Assad, tu es le roi de la jungle, mais dégage de là car la Syrie n’est pas une jungle ».
D’autres slogans plus politiques ont été scandés « Egypte libre, Syrie libre »,  ou « Les arabes ne veulent plus de dictateurs ». Mais très curieusement (pour un observateur occidental persuadé que la Syrie est l’ennemi numéro 2 de l’état d’Israël, après l’Iran) les manifestants ont plusieurs fois répété : « Bachar est comme Sharon, même forme et même couleur (nafs el-shakl wa nafs el-lûn), encourageant la résistance (muqâwama) syrienne et appelant à l’unité des peuples arabes contre l’oppression. La watan al-arabi  (nation arabe) était jusqu’à ces derniers mois un mythe voire une vaste farce, parfois brandie par les dictateurs, parfois par les diverses résistances, pour évoquer une unité du monde arabe pulvérisée dans les faits depuis 67. Le mythe est-il en passe de devenir réalité ? Rien n’est moins sûr tant les contours politiques du printemps arabe sont encore flous.
Le tract distribué sur place contenait un communiqué du Front National pour la Justice et la Démocratie à propos des massacres d’Al-Assad en Syrie. Ce texte accuse, Assad père et fils, de « n’avoir jamais pensé jeter une pierre sur le Golan occupé » (en gros de ne pas avoir levé le petit doigt), mais en revanche de ne pas avoir hésité à massacrer leur propre peuple à Homs et Alep (Hafez, dans les années 80) et à Deraa (Bachar, récemment). Tout en les accusant d’être « des chiens et des rapaces » face à leur peuple, mais « des agneaux » face à Israël, le communiqué précise à propos de Bachar : « il n’a pas tiré profit de la leçon égyptienne ni entendu l’avertissement de ce qui est arrivé à Ben Ali ou à Mubarak », « il ne croit qu’à la force, au meurtre, au massacre, à l’abattage ». Bachar accusé de se planquer derrière ses chars est traité de lâche (gabân), qualificatif que les manifestants lui ont décerné de façon appuyée, en invoquant l’abandon du Golan.
La phrase suivante de ce texte est moyennement délicate : « Viendra un jour, Bachar, où tu pleureras comme pleurent les femmes, comme pleurent les lâches de ton espèce », accusant le président syrien de tirer sur son peuple avec des armes fournies par Israël (une métaphore, j’imagine…) et lui prédisant d’avoir des comptes à rendre le jour de sa chute où il devra affronter personnellement la colère de son peuple, sans la protection du Mossad…
La rhétorique est quelque peu caricaturale et d’autres analystes dans la presse égyptienne aujourd’hui développent des pistes nettement plus nuancées et argumentées. Mais il est clair que le printemps arabe va déclencher des avalanches que l’on ne pourra pas forcément arrêter en posant des bombes dans les cafés, pour relancer le fond de commerce habituel : la peur du terrorisme.
Un calicot apposé hier par les manifestants sur les grilles de l’ambassade syrienne annonce un rassemblement dans tous les pays arabes pour le vendredi 6 mai.
Le 14 mai, anniversaire de la Nakba palestinienne, sera le jour d’un autre rassemblement, mondial celui-ci.
Enfin une page FB appèle à la troisième Intifada à partir du 15. L’accélération des événements est impressionnante.
Le CSFA égyptien qui vient d’annoncer la réouverture du passage de Rafah et la remise à plat de l’accord commercial sur la vente de gaz à Israël semble mesurer, au delà des incidents de ces dernières semaines sur le gazoduc, l’ampleur de la vague et tente tous les désamorçages possibles. De même le Fatah et le Hamas viennent de découvrir qu’ils sont censés représenter un peuple et tentent eux aussi de rester à la barre, en signant un accord commun (au Caire) lamentablement tardif. Ils pourraient bien être pris ensembles dans la déferlante. Sans regrets.
Le Premier ministre israélien Benjamin Netanyahu a affirmé mercredi dernier que Mahmoud Abbas devra « choisir entre la paix avec Israël et la paix avec le Hamas », et son ministre des Affaires étrangères Lieberman a depuis annoncé une série de mesures de rétorsion. Le camp de la guerre trépigne, panique et s’affole.
C’est donc un bon moment pour mobiliser celui de la paix et pour mettre l’intelligence au pouvoir partout où se sera possible. L’espace, ces derniers mois, s’est sérieusement agrandi : profitons-en !


NB : Une pétition « L’État palestinien, c’est maintenant !  » publiée récemment dans le Monde peut être signée en ligne ici.


vendredi 29 avril 2011

Interview von 180° im IGEL

 „Da geht es eben nicht um die sinnvolle Tätigkeit an sich, sondern erstmal um Jobs, Jobs, Jobs“

(Dieses Interview erschien in einer gekürzten Fassung in der Ausgabe 55 der junggrünen Zeitschrift Igel)
Moritz von der Grünen Jugend Gö war zu Besuch bei der radikal antikapitalistischen Theorie-Gruppe mit wert- und wertabspaltungskritischem Ansatz 180 Grad in Göttingen. Nach dem er sich als Jung-Grüner selber ein paar Fragen über Angriffskriege gefallen lassen musste, hatte er die Gelegenheit, den Theoretiker*Innen auch ein paar grundsätzliche Fragen zu ihrem Spezialgebiet für den IGEL zu stellen. Letztlich hat der sich doch in der emanzipatorischen self-made Atmosphäre sehr wohl gefühlt – und viele spannende Einblicke gewonnen.
IGEL: Ihr heißt 180° und meint damit wohl die Umkehrung der Verhältnisse. Trotzdem wollt ihr keine Revolution machen, sondern "Emanzipatorische Transformation". Das klingt jetzt ganzschön langatmig. Wollt ihr nicht doch in eine Partei eintreten?
Kim: Ich glaube ja, dass es zu einfach ist zu meinen, dass man einfach eine Revolution bräuchte oder einen Akt bei dem es "Ums Ganze" ginge und danach wird dann alles besser. Das geht ja immer davon aus, man müsste nur mit der Kalaschnikow aufs Rathaus zu robben um dann die schwarz-rote Fahne zu hissen und danach wäre alles besser. Nur wäre es dann ja so, dass wir danach auch nicht wissen würden, wie es weiter geht und die Leute draußen erst recht nicht. Also müsste es darum gehen auch im Hier und Jetzt schon Sachen auszuprobieren und Verhältnisse zu analysieren. Außerdem gehen Revolutionsvorstellungen davon aus, dass, wenn man den Staat übernimmt, schon alles besser werden würde. Damit haben solche Vorstellungen durchaus Ähnlichkeiten zu Parteien - auch wenn das beide Seiten nie richtig zugeben würden. Ich glaube, so einfach ist es eben nicht, dass es eine Schaltstelle der Macht gibt, sondern wir sind vielmehr in ein komplexes Netz von Herrschaft und Unterdrückung verknubbelt, das wir sogar selber mit stricken, ohne es zu wissen und oft auch ohne es zu wollen. Das heißt, es muss jetzt schon darum gehen Herrschaft zu analysieren einerseits, gleichzeitig Widerstand gegen Unterdrückung zu leisten und im Hier und Jetzt schon Alternativen aufzubauen.
IGEL: Ich mag ja linksradikale Gruppen meistens, obwohl ich so ein Jung-Grüner bin. Wisst ihr was mich nervt ist nur, egal auf was für eine linke Demo man heute so geht, immer ist irgend ein*E Linksradikale*R da, die*der wieder so‘n "Kapitalismus abschaffen"-Transpi mit sich rumtragt. Ist Kapitalismuskritik bei euch nicht ein bisschen zu omnipräsent?
Michel: Naja, Kapitalismus ist halt omnipräsent! Nur ist er so selbstverständlich geworden, dass es gar nicht mehr auffällt und dann eben das "Kapitalismus abschaffen" Transpi mehr auffällt, als der Kapitalismus selbst. Natürlich wollen wir nicht nur Schilder hochhalten, sondern uns mit den konkreten Problemen beschäftigen, dabei darf die Kritik nur nicht zu kurz gehen. Wir wollen uns eben z.B. nicht nur vor den Castor stellen und ein "Stopp Castor" Schild hochhalten, sondern das konkrete Problem zusammen denken mit den gesellschaftlichen Verhältnissen, um auch die Bedingungen, die so einen Atom-Irrsinn möglich machen, überhaupt angreifen zu können. Ansonsten wäre ja überhaupt keine Intervention möglich, die einen Effekt erzielt.
IGEL: Ihr argumentiert bei eurer Kapitalismusanalyse ziemlich stark mit Marx. Der hat aber zur Blütezeit eines ausufernden Industriekapitalismus geschrieben. Heute ist 150 Jahre später und der Kapitalismus hat sich gewandelt. Wäre es nicht an der Zeit, dem veränderten Funktionieren des Kapitalismus auch neue Analysen gegenüber zu stellen?
Francois: Ja und Nein. Ja, weil sich natürlich seit Marx eine ganze Menge geändert hat. Auf der anderen Seite hat Marx aber nicht den Anspruch gehabt, den zeitgenössischen Kapitalismus vor seiner Nase zu beschreiben, sondern den Kapitalismus in Reinform. Also die allgemeinen Gesetze, die immer dann gelten, wenn wir Kapitalismus haben. Und da wir unglücklicherweise immer noch Kapitalismus haben, sind nun mal auch nicht alle Sachen, die Marx darüber geschrieben hat, vom Tisch gewischt. Was sich natürlich verändert hat sind die Art von sozialen Auseinandersetzungen und die Art, in der die Welt von den Menschen im Kapitalismus wahrgenommen wird. Z.B. war zu Marx‘ Zeiten Klassenkampf noch eine ziemlich angesagte Sache unter der sich die Leute auch was vorstellen konnten - viele waren in Fabriken beschäftigt und standen etwa in direkter Abhängigkeit von ihrem Chef. Na und heute gibt es eben ganz andere Jobs, alle sind ihr eigener Chef und wissen nicht mehr so richtig, gegen wen sie eigentlich aufbegehren sollen, oder sie sind prekär beschäftigt und zu einfach austauschbar, als dass sie sich das Aufbegehren leisten könnten. Da braucht es eben neue Formen von Auseinandersetzungen, die man führen kann, statt so einer alten Klassenkampfmethode. Trotzdem haben wir es noch mit Kapitalismus zu tun und müssen den eben auch als solchen analysieren.
IGEL: Gibt es dann sowas wie "den Kapitalismus in Reinform" wenn er damals ganz anders funktioniert hat als heute?
Francois: Doch, es gibt schon grundlegende Prinzipien, die immer gleich bleiben.
IGEL: OK, noch mal: kommt der Kapitalismus heute nicht in ganz anderer Form daher, viel subversiver, viel selbstverständlicher als noch in seiner industriezentrierten Zeit? Und ist dann nicht seine Antriebsfeder viel mehr sowas wie die Ausnutzung eines liberalen Denkens? Naja, ihr kennt ja das Klischee: "von der*vom Tellerwäscher*In zur*zum Millionär*In".
Juna: Da würde ich dir erst mal bis zu einem gewissen Maße Recht geben. Es ist ja so, dass dem Großteil der Menschen eben nicht mehr die*der Fabrikbesitzer*In direkt gegenüber steht und sie*er merkt wie sie*er ihre*seine Zeit verkauft. Sondern Menschen sind dem Markt jetzt viel direkter ausgesetzt, indem sie sich als Selbstunternehmer*Innen sehen und ihre Eigenschaften möglichst persönlich gewinnbringend auf dem Arbeitsmarkt verkaufen. Da dieses Verhältnis schon so alt ist, ist es schon viel naturalisierter für die Menschen. Die nehmen das gar nicht mehr als etwas Schlechtes wahr, sondern als etwas, mit dem sie ganz ursprünglich aufgewachsen sind, was sie aber trotzdem total viel Kraft kostet. Das führt im Endeffekt dazu, dass die Verdinglichung zunimmt und die Menschen individualisierter werden. Letztlich nehmen psychische und auch physische Krankheiten zu. Die Qualität von Ideologien verändert sich, wie Rassismus, Sexismus, Antisemitismus und Nationalismus.
IGEL: Könnte man dann von etwas wie einer Internalisierung des "Kapitalistischen Prinzips" sprechen?
Juna: Ja, das würde ich sagen - mit allen negativen Effekten, die damit einhergehen. Gerade dass sich die Menschen damit schlechter fühlen, ohne zu wissen wieso sie sich eigentlich schlechter fühlen. Das kann man ganz oft beobachten anhand von psychischen Erkrankungen z.B.
IGEL: Soweit ich weiß ist euer Ansatz ein "wertkritischer", letztlich also eine Fundamentalkritik
Könnt ihr kurz erklären was das heißt?.
Toni: Der Begriff Wertkritik bezieht sich erst mal auf Marx‘ Kapitalismuskritik. In der traditionellen Lesart ist erst der sogenannte Mehrwert der Gegenstand der Kritik. D.h. Menschen arbeiten und schaffen dadurch Reichtum und das drückt sich dann in Wert aus. Dass der aber hauptsächlich an Unternehmen geht, das ist der größte Kritikpunkt; dass manche Produktionsmittel haben und manche halt nicht und übel schuften müssen, das wäre der Hauptwiderspruch. Die Wertkritik sagt, das ist nicht das Hauptproblem. Sondern: Es fängt schon in den Elementarformen an, in denen der Kapitalismus grundsätzlich funktioniert, nämlich dass Reichtum sich nicht einfach in ganz vielen, tollen, nützlichen Dingen darstellt, sondern dass Reichtum in einer besonderen Form, nämlich in Form von Waren auftritt. Also nur in Form von Sachen, die sich gegeneinander austauschen lassen. Das ist die Besonderheit im Kapitalismus: egal was du produzierst, es wird erst mal produziert, um es zu tauschen. Und dabei ist es auch erstmal egal, welchen Inhalt das Produkt hat, der alltägliche Unsinn im Kapitalismus ist ja, dass du Schokotörtchen gegen Rheumapflaster und auch Panzer tauschen kannst. Da werden völlig verschiedene Dinge miteinander in Beziehung gesetzt und gegeneinander getauscht, weil sie ein gemeinsames hätten: den ‘Wert‘.
Das finden wir erst mal ziemlich blöd. Dabei wird auch immer mehr Natur zerstört. Außerdem sind menschliche Bedürfnisse dabei total sekundär. D.h. Menschen verrichten nicht sinnvolle Tätigkeiten um sich gegenseitig Sachen bereit zu stellen und weil sie irgendetwas brauchen, sondern es geht erst mal nur um ‘Jobs, Jobs, Jobs‘. So haben es ja auch die Grünen auf ihren Plakaten zur Bundestagswahl gehabt. Da geht es eben nicht um die sinnvolle Tätigkeit an sich, sondern darum, dass erst mal alle arbeiten, um Geld zu verdienen, egal wie schlecht die Bedingungen sind. Nicht nur, dass das ganze mit Rassismen einhergeht, das hat auch noch eine zweite Seite der Medaille. Die kann man als Wertabspaltung verstehen. Damit meinen wir, dass - um so eine Wirtschaftsweise zu gewährleisten – erst mal ein abgespaltener, allgemein abgewerteter Bereich Voraussetzung ist und der ist weiblich konnotiert und wird auch traditionell an Frauen delegiert. Da gibt es dann sowas wie patriarchale Arbeitsteilung, mit Hilfe der so moderne Warensubjekte oder Arbeitskräfte erst mal aufgepäppelt und erzogen und geboren werden und etwa Pflege und Kindererziehung immer noch hauptsächlich an Frauen delegiert wird. Das alles zusammen empfinden wir als ziemliche Zumutung. Wir glauben auch nicht, dass eine Partei oder ein Staat es sinnvoll für Menschen einrichten kann, sondern dass wir es selber in die Hand nehmen müssen; Stichwort Selbstorganisation. Üblicherweise wird ja unser Leben eher für uns organisiert und wir machen es eben nicht selbst. Wir wollen auch ein Verständnis von Emanzipation, dass ‘die Befreiung‘ nicht von außen kommt und verordnet wird, sondern wir überlegen uns das eben selber. Das ist auch keine Privatsache, wie es in Teilen der Ökobewegung war.
Francois: Damit ist dann vielleicht auch die Frage beantwortet, was man als eine Art Kapitalismus in Reinform beschreiben kann. Also diese Prinzipien, die Toni da eben erklärt hat, gelten halt immer für Kapitalismus, genauso im neunzehnten Jahrhundert zu Marx Zeiten wie heute auch noch. Da kann man sich auf den Kopf stellen und mit den Beinen wackeln, solange wir Kapitalismus haben, haben wir einfach das Problem, dass wir Sachen kaufen und verkaufen müssen - und unser Leben darüber ziemlich stark dominiert wird, wenn auch für jede*N auf eine andere Art und Weise.
IGEL: Das hieße dann letztendlich, der Grundtatbestand von Kapitalismus ist Markt. Sehe ich das richtig?
Toni: Ich glaube es wären eher solche Kategorien wie Ware, Wert, Lohnarbeit, Tausch.
IGEL: Aber es gibt keinen Kapitalismus ohne Markt?
Francois: Also du hast insofern Recht würde ich sagen, weil der Markt ja die Instanz ist die festlegt, was für Dinge wir kriegen und was für Dinge wir herstellen. Unser ganzes Leben ist darüber organisiert, dass wir nicht an die Dinge ‘ran kommen und diese Vermittlungsinstanz brauchen. In den realsozialistischen Ländern mit der Planökonomie gab es eine andere Instanz, da gab es nämlich den Plan. Der hat letztlich versucht das gleiche zu koordinieren. Das hat genau so wenig funktioniert, wie der Markt funktioniert, vielleicht sogar noch weniger. Da kommt es mir auch gar nicht drauf an. Letztlich ist es auch nur eine andere Art und Weise gewesen das Problem zu organisieren. In so fern gibt es theoretisch auch andere Lösungen, aber die funktionieren halt genau so wenig und machen halt auch alle keinen Spaß.
IGEL: Habt ihr eigentlich einen Masterplan zur Überwindung des Kapitalismus? Oder wird das nix mehr mit der Überwindung, weil wir inzwischen erkennen mussten, dass der Kapitalismus so fundamental verwurzelt ist, dass wir ihn einfach nicht weg kriegen und jetzt halt lernen müssen, mit ihm umzugehen?
Francois: Toni hat das ja eben schon so ein bisschen erwähnt. Das Problem, vor dem wir stehen, ist ein Stück weit jenes, dass wir unser eigenes Leben nicht selber organisieren dürfen, sondern unser Leben für uns organisiert wird. Und unter Emanzipation verstehen wir, dass Menschen anfangen sich ihr Leben selber zu organisieren. Wenn wir ihnen jetzt einen Plan vorgeben würden, nach dem sie das abzuarbeiten hätten, dann wäre das selber eine ziemlich autoritäre Sache, weil wir ihnen quasi vorschreiben würden, wie sie nach der Revolution zu leben haben. Das wäre jetzt nicht unser Plan. Was wir aber schon glauben ist, dass es wichtig ist, dass die Menschen ihre Geschichte in die eigene Hand nehmen und nicht auf irgendeine ominöse Weltrevolution warten, die irgendwann kommt oder auf die Partei, die sie errettet. Deswegen ist es wichtig, schon im Hier und Jetzt anzufangen einzelne Projekte anzugehen, in denen Arbeiten und Leben so organisiert sind, dass sie mit dieser herrschenden Logik - mit Ware, Geld, Kapital und Arbeit, so wie vorhin beschrieben - dass diese Projekte mit dieser Logik brechen. Bspw. Sachen wie Umsonst-Läden.
Juna: Ich finde es dabei noch wichtig zu erwähnen, dass unser Leben zwar für uns organisiert ist, aber das niemand persönlich für uns macht. Sondern da verselbstständigen sich Sachen gegenüber uns, die wir nie bewusst geschaffen haben, die aber eben existieren. Also geschaffen haben wir sie schon, aber eben nicht bewusst.
IGEL: Ich danke euch, dass ihr mir einen ersten Einblick gegeben habt.

180°: Bitteschön.

mardi 26 avril 2011

Tchernobyl: Conséquences de la catastrophe pour l’homme et la nature

Article très bien documenté
Les responsabilités occidentales
Fruit de 20 années de recherches et de soins de milliers de scientifiques et de médecins russes, ukrainiens et biélorusses, le livre publié à Saint-Pétersbourg en 2007 (et en janvier 2010 par l’Académie des sciences de New York sur « les conséquences de la catastrophe de Tchernobyl pour l’homme et la nature » version en Word réduite et traduite par Wladimir Tchertkoff) montre l’énormité du mensonge scientifique organisé depuis 22 ans par l’AIEA et l’OMS pour le compte des États qui se sont attribué la légitimité de posséder et d’utiliser les armes atomiques. Cet ouvrage considérable constitue la preuve scientifiquement documentée du crime de haute trahison devant l’Humanité des États membres du Conseil de sécurité de l’ONU (États-Unis, France, Grande Bretagne, Chine et Russie), et des agences des Nations Unies, qui les cautionnent par leur autorité scientifique et médicale.
Depuis l’horreur d’Hiroshima et de Nagasaki la science officielle ne reconnaissait que les effets des doses d’irradiation externe très élevées sur la santé, produits par les rayons gamma du flash de l’explosion des deux bombes. Suite à l’accident de Tchernobyl, cette vérité provisoire et incomplète s’est constituée en dogme : pour éviter une chute catastrophique de la crédibilité de l’industrie nucléaire, les institutions internationales détentrices du pouvoir scientifique dans le domaine de l’atome ont choisi d’ignorer ce que ce deuxième désastre atomique majeur, différent du précédent dans ses mécanismes et ses effets pour la santé, pouvait apporter de nouveau à la connaissance scientifique pour la sauvegarde de l’humanité. La physicienne Bella Belbéoch [coauteur de "Tchernobyl, une catastrophe"] l’a lucidement prévu cinq jours après la catastrophe (1) : "Il faut s’attendre dans les jours qui viennent à un complot international des experts officiels pour minimiser l’évaluation des victimes que causera cette catastrophe. La poursuite des programmes civils et militaires impose à l’ensemble des États une complicité tacite qui dépasse les conflits idéologiques ou économiques".  
LES ÉTAPES DE LA SOUMISSION SCIENTIFIQUE AU MENSONGE (2)
Les 25-29 août 1986, soit quatre mois après l’explosion, l’AIEA organise la première Conférence internationale à Vienne pour analyser l’accident de Tchernobyl et ses conséquences. Les personnalités qui comptent à cette réunion sont Messieurs D. Beninson, président de la CIPR et dirigeant de l’énergie atomique en Argentine et M. Rosen directeur de la sûreté à l’AIEA. Les Occidentaux se sont déjà définitivement entendus sur le chiffre total " rassurant " de 4000 pour le bilan des décès à venir. De leur côté, choqués par la Catastrophe, les représentants soviétiques se montrent apparemment sincères dans leur effort d’analyser la situation, mais les données qu’ils présentent sonnent le glas de l’industrie nucléaire.
Les réunions des groupes de travail de la Conférence de Vienne ont lieu à huis clos, les journalistes n’y sont pas admis. Les discussions sont dures. La distance est trop grande entre les prévisions des Soviétiques et les chiffres que les occidentaux sont prêts à accepter. Le professeur Valéri Légassov, celui qui a survolé avec l’académicien Vassili Nesterenko la centrale en feu pour trouver le moyen d’éteindre l’incendie, est le rapporteur soviétique, il présente un volumineux rapport comprenant une partie générale et 7 annexes.
L’annexe 7 de 70 pages entièrement consacrée aux problèmes médicaux et biologiques, est la pierre d’achoppement avec les occidentaux. Sans aucun chiffre de dosimétrie individuelle, ni aucune donnée biologique, les Soviétiques prévoient par calculs mathématiques abstraits un supplément de 40 000 cancers mortels pour 75 millions d’habitants de la partie européenne de l’URSS.
Tout aussi abstraitement, sans aucun chiffre de dosimètrie individuelle, ni aucune donnée biologique, les occidentaux jugent ce bilan trop élevé. Un bras de fer qui n’a strictement rien de scientifique puisque Tchernobyl est une première absolue dans l’histoire de la science et que seulement 4 mois sont passés depuis la catastrophe sans vraies recherches ni mesures cohérentes.
Le lendemain, à la conférence de presse du 26 août, D. Beninson qui présidait le groupe de travail sur les conséquences sanitaires, qualifie les chiffres soviétiques "d’extrêmement surestimés". De son côté M. Rosen fixe la limite supérieure à 25 000 morts. Toujours sans aucune donnée objective.
La bagarre n’est pas finie, deux jours plus tard la limite est descendue à 10 000 morts et pour D. Beninson au plus à 5 100, bien qu’il ne dispose d’aucun élément scientifique pour l’affirmer. Mais M. Beninson est Président de la CIPR et son opinion a du poids : les chiffres soviétiques sont trop élevés selon lui car la contamination interne par le césium radioactif est "surestimée".
Depuis cette Conférence internationale, l’ "annexe 7" a disparu de la circulation. Peu de gens en ont eu connaissance. Les experts tant soviétiques qu’occidentaux ne s’y sont plus jamais référés, comme si elle n’avait jamais existé.
Au cours des mois suivants, les rotatives des publications officielles relayées par la presse se mettent en action : dans une publication de la Communauté européenne (COM 607, Octobre 86) certains experts jugent que la dose due à la contamination interne est trop élevée d’un facteur dix, et pour les dirigeants de l’AIEA qui ont fait une tournée de cinq jours (cinq !) en URSS en janvier 1987 "les premières estimations du détriment sanitaire ont été trop pessimistes et doivent être réduits d’un facteur 5 à 7".
Le 8 octobre 1986, Le Monde écrit : « L’accident de Tchernobyl a renforcé l’audience et la crédibilité de l’AIEA », et souligne [...] « Dans les jours qui ont suivi l’accident de la centrale ukrainienne, l’AIEA - par l’intermédiaire de son directeur général - a clairement montré sa volonté de maîtriser la situation. [...] Il ne fait nul doute que l’accent sera désormais mis, plus encore qu’auparavant, sur toutes les activités relatives à la sûreté nucléaire. » . L’OMS du coup est hors jeu. Soumise.
La jonglerie des chiffres, amorcée à Vienne sans aucune preuve scientifique, s’accentue. Pour être crédible et aboutir au même résultat, la révision à la baisse doit venir des experts soviétiques eux-mêmes.
Pour les faire plier et les faire collaborer afin de rendre le mensonge acceptable, il aura fallu cinq ans, de 1986 à 1991. Cela s’est fait par étapes, non sans difficultés, parallèlement à la perestroïka et à la dissolution de l’URSS, jusqu’à la publication de l’expertise internationale dirigée par l’AIEA « Projet international Tchernobyl » dont le rapport final, présenté à Vienne en mai 1991, affirmera que les rayonnements n’ont aucun effet sur la santé de la population.
En mai 1987, lors d’une conférence organisée par l’OMS à Copenhague (WHO, 13-14 May 1987), A. Moïsseev affirme, toujours dans l’abstraction, qu’une "tendance positive de la situation radiologique" permet de réduire la dose collective externe d’un facteur 1,45 et la dose collective interne d’un facteur compris entre 7 et 10,5 par rapport à l’estimation initiale.
En septembre 1987, L. Iline et O. Pavlovsky présentent au siège de l’AIEA à Vienne un autre rapport mensonger sur les conséquences radiologiques de l’accident sous-titré "L’analyse des données confirme l’efficacité des actions à grande échelle pour limiter les effets de l’accident". Il est indiqué que 5,4 millions de personnes dont 1,7 millions d’enfants auraient reçu, pour protéger leur thyroïde, de l’iode stable à titre prophylactique contre l’iode radioactif. Ce qui était faux. L’un des motifs de la destitution du professeur Nesterenko de son poste de directeur de l’Institut d’énergétique atomique de l’Académie des sciences biélorusse était précisément qu’il réclamait l’application massive de cette prophylaxie qui, pour être efficace, devait être réalisée dans les heures qui ont suivi l’accident. Sa recommandation rejetée, il a été accusé de semer la panique, et a été démis de son poste. (3)
D’après le rapport Iline-Pavlovsky on ne relève aucune augmentation de morbidité chez les enfants, il n’y a pas de différence entre régions contaminées et régions témoins et pour la première fois il est fait mention du syndrome de "radiophobie"[*] chez les habitants des zones contaminées pour expliquer la morbidité croissante.
Pour finir, on relève un grossier maquillage des chiffres dans ce rapport : la dose efficace est estimée sur 70 ans pour toute la population de l’URSS (278 millions d’habitants), alors que les habitants contaminés de la seule partie européenne de l’URSS, pris en compte dans "l’annexe 7" de 1986, sont 75 millions. Ce qui donne une dose collective 18 fois plus faible. Cet excès de soumission intéressée permettra à l’UNSCEAR de faire un beau geste, en avril 1988, en « corrigeant » les Soviétiques, pour aboutir en fait au chiffre fixé en 1986 de 4000 cancers mortels. Chiffre réitéré, 19 ans plus tard, dans le Communiqué Conjoint OMS/AIEA/UNDPcélébrer le vingtième anniversaire publié le 5 septembre 2005 pour de la Catastrophe.
Avril 1988. À la conférence de Sydney, L. Iline réévalue un peu la dose qu’il a précédemment divisée par 18. Mais, à l’Assemblée Générale de la même année, UNSCEAR décide de faire la "moyenne" des deux estimations d’Iline et réduit la dose présentée par Légassov dans "l’annexe 7" en 1986, en la divisant par 9. Deux ans après Vienne, "Beninson peut être satisfait" - conclut B. Belbéoch et ajoute : "Iline et Pavlovsky étaient signataires de l’annexe 7. C’est donc d’une véritable autocritique qu’il s’agit." Ou une cynique distribution des rôles ? Quatre jours après la communication de L. Iline à la conférence de Sydney, le professeur V. Légassov s’est suicidé le 26 avril, jour du deuxième anniversaire de la catastrophe de Tchernobyl. (voir "le testament" de Legassov)
En septembre 1988, pour éviter les évacuations massives trop coûteuses, le conseil des ministres d’URSS statue sur le critère de "résidence sans danger" ou de "vie sûre", en adoptant la théorie inventée par L. Iline de "35 rem en 70 ans". Cette mesure a soulevé la contestation d’un groupe de scientifiques biélorusses de l’Académie des sciences. Au lieu des 35 rem (350 mSv) ils ont exigé 7 rem (70 mSv/an) en 70 ans, ce qui correspondait à la recommandation internationale formulée par la CIPR depuis 1985 (Déclaration de Paris) : dose annuelle de 0,1 rem (1 mSv/an).
Mars 1989. Les désaccords entre les experts moscovites et les scientifiques biélorusses, entre le pouvoir central et les académiciens soutenus par l’opinion publique - sont apparus lors des débats de mars 1989 au soviet de Biélorussie, en pleine campagne électorale pour le premier Soviet des députés des peuples de l’URSS qui sera élu démocratiquement le 26 mars 1989.
Juin 1989. Pour colmater la brèche ouverte par les académiciens biélorusses, trois membres de l’OMS, toujours les mêmes, seront dépêchés en juin à l’Académies des sciences de Minsk : P. Waight, directeur du groupe de radioprotection du secrétariat de l’OMS, Dan Beninson, président de la CIPR, et le professeur Pellerin chef du SCPRI Service central de protection contre les rayonnements ionisants, rattaché au ministère français de la Santé, - jettent leur poids institutionnel dans la balance et concluent en souverains, en dénigrant les académiciens qui s’opposaient à la dose-vie préconisée par le pouvoir central de l’URSS :
 " Les scientifiques insuffisamment compétents dans le domaine des effets des radiations assimilent l’ensemble des différentes perturbations biologiques et médicales observées au seul effet des radiations. Ces perturbations ne peuvent pas être causées par l’action du rayonnement ionisant" (OMS, 1989). L’immunité juridique des "experts" de l’OMS et de la CIPR leur permettait de dire impunément n’importe quoi. Ils invoquaient, quant à eux, les facteurs psychologiques et le stress pour expliquer ces perturbations biologiques. ("Une tragédie avec des acteurs en petit nombre qui, jour après jour, décident du sort de millions de personnes.", Yves Lenoir, « Tchernobyl, l’optimisation d’une tragédie » 1996.)
Cependant la fronde inquiète le pouvoir, tant à Moscou qu’à Vienne. Il faut réussir à la délégitimer par les scientifiques soviétiques eux-mêmes.
Le 14 septembre 1989, un groupe de 92 "scientifiques travaillant dans les domaines de la médecine et de la protection radiologique en rapport avec la situation créée par l’accident de Tchernobyl" adresse une lettre collective à Mikhail Gorbatchev. Parmi les signataires il y a L. Iline bien sûr, mais aussi S. Yarmonenko en tête de liste, A. Gouskova, M. Savkine, l’ukrainien V. Bebéchko et d’autres. 12 ans plus tard, en juin 2001 nous les filmerons à la Conférence internationale de Kiev, agressifs, ancrés obstinément dans leur négationnisme. Les "92" défendent le choix d’imposer la dose-vie de 35 rems.

lundi 25 avril 2011

Le contre-sommet des universités maintenu: Du 5 au 7 mai à Dijon

Communiqué du collectif d'organisation local du contre-G8 confirmant la tenue du contre-sommet :
 
Annulation du G8 des universités à Dijon mais la marchandisation de l’éducation et de la recherche continue.
 
Le contre-sommet est maintenu !
 
Dans une dépêche de l’agence AEF du 21 avril, la présidente de l’Université de Bourgogne défendait son choix d’organiser le G8 (rebaptisé «sommet mondial») des universités à Dijon. Selon elle, il n’y serait nullement question de marchandisation de l’enseignement supérieur car les pays invités ne se limitaient pas aux seuls 8 plus riches, ni même 20 plus riches de la planète. Ces propos font écho à l’attitude du président de l’Université de Franche-Comté, décrite dans un article de l’Est républicain du 19 avril. Celui-ci aurait «pris ses distances avec l’impopulaire G20 politico-économique».
 
La présidente de l’UB déclarait également avoir été «tout à fait favorable» à l’organisation d’un contre-sommet car «Cela permet à la communauté universitaire de s’emparer de ces sujets et de leur donner une expression complémentaire, au-delà des seuls présidents et recteurs».
 
Ces déclarations vertueuses de la part des deux présidents contrastent singulièrement avec les actions au caractère foncièrement néo-libéral qu’ils ont entreprises au cours des derniers mois : choix de répondre aux appels d’offre du Grand Emprunt de Nicolas Sarkozy, création d’une Fondation de Coopération scientifique, au président payé 100'000 euros, sans représentants des personnels et étudiants au Conseil d’Administration mais aux chefs d’entreprises bien présents, lancement de «l’Université fédérale» appelée à redéfinir toute la carte des formations dans un contexte de restrictions budgétaires tous azimuts, etc.

Le 22 avril, nous apprenons que la deuxième partie du Sommet mondial des universités est annulée, ou reportée, sur demande du maire de Dijon. Celui-ci invoque une hypothétique menace des anarchistes autonomes. Le pseudo «sommet mondial des étudiants» de Besançon devrait, quant à lui, se dérouler comme prévu du 28 au 30 avril.
 
Ces menaces, peut-être fantasmées, ne doivent pas masquer l’essentiel : les politiques impulsées par le G8/G20 sont néfastes et honnies par l’immense majorité de la population mondiale. Nos politiques locaux le savent bien, tout comme nos présidents d’universités. Cette annulation traduit sans doute une gêne face à l’absence de légitimité démocratique de ces grand’ messes.
 
Les actions prévues à Besançon pour coïncider avec la première partie du sommet sont maintenues. Les débats, conférences, ateliers, tables rondes, projections, concerts prévus à Dijon du 5 au 7 mai sont maintenus. Parce que nous pensons que l’Université doit être un lieu ouvert, formant à l’esprit critique, à la réflexion, nous appelons la présidente de l’UB à honorer ses promesses pour que cette «excellente» initiative puisse se dérouler dans les meilleures conditions.
 
Enfin, parce que nous pensons que la marchandisation du savoir et de l’enseignement est néfaste, contre-productive et rejetée par l’immense majorité, nous appelons à une grande manifestation samedi 7 mai, départ 14h00 du Campus, 14h30 de la Place Wilson.
 

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